quinta-feira, 13 de novembro de 2014

Dittatura Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. bussola Disambiguazione – Se stai cercando la dittatura della Roma antica, vedi dittatore romano. Voce da controllare Questa voce o sezione sull'argomento politica è ritenuta da controllare. Motivo: La voce prende in considerazione solo la limitatissima accezione novecentesca del termine, quale sinonimo di regime totalitario frutto di un'ideologia politica, venutasi a creare nell'ultimo secolo, trascurandone il significato storico e politico ben differente Partecipa alla discussione e/o correggi la voce. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. Niente fonti! Questa voce o sezione sull'argomento politica non cita le fonti necessarie o quelle presenti sono insufficienti. Puoi migliorare questa voce aggiungendo citazioni da fonti attendibili secondo le linee guida sull'uso delle fonti. Segui i suggerimenti del progetto di riferimento. La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato.[1][2] In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l'autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa. La dittatura è considerata il contrario della democrazia. Va inoltre detto che il dittatore può giungere al potere anche democraticamente e senza violenza (valga l'esempio di Adolf Hitler, eletto dal popolo tedesco). La salita al potere di una dittatura è favorita da situazioni di grave crisi economica - per esempio dopo una guerra - sociali - lotte di classi - politiche - instabilità del regime precedentemente esistente. Altre due forme di dittatura sono l'assolutismo monarchico e la teocrazia (vedi Ebraismo, Cattolicesimo e Islam). Indice 1 Cenni storici 2 Classificazione delle dittature 3 Note 4 Voci correlate 5 Altri progetti 6 Collegamenti esterni Cenni storici Il termine dittatura ha origine nella Repubblica Romana, dove indicava l'ufficio del dittatore e la durata di quell'ufficio. Infatti la carica dell'antico dittatore romano - che assumeva il potere prevalentemente in tempo di guerra - era circoscritta nel tempo durando circa sei mesi. Il dittatore era un capo militare (un Dux), nominato dai Consoli Repubblicani Romani su proposta del Senato romano; i consoli non potevano nominarsi dittatori, e il Senato poteva in ogni momento far decadere il mandato del dittatore. La nomina di un dittatore aveva luogo solo in circostanze particolarmente delicate o pericolose per lo Stato Romano, in cui era necessario che una sola persona prendesse le decisioni, al posto del senato. Furono nominati dittatori ad esempio Cincinnato, durante la guerra contro gli Equi e Quinto Fabio Massimo durante la seconda guerra punica, entrambi momenti in cui era a rischio l'esistenza stessa di Roma. Un esempio di dittatura con forti motivazioni etiche, su basi teologiche e morali, è quella instaurata da Oliver Cromwell in Gran Bretagna tra il 1645 e il 1658, nata dalla ribellione al Sovrano Carlo I, giustiziato nel 1649 con l'accusa di immoralità, tirannia, tradimento e omicidio. L'accezione negativa di dittature è nata con la Rivoluzione Francese: il Terrore instaurato da Robespierre fu chiamato Dittatura con riferimento a un regime politico tirannico. Karl Marx riteneva che tutti i regimi politici fossero in fin dei conti delle dittature, e per questo parlava della necessità di instaurare una dittatura del proletariato come fase propedeutica per il passaggio dal Capitalismo al Comunismo. Questa idea fu poi alla base dell'affermazione del Comintern secondo cui non vi era differenza tra Fascismo e sistemi rappresentativi occidentali. Classificazione delle dittature Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Totalitarismo. Le dittature della storia moderna si classificano in base a due variabili: l'intensità e l'ideologia. L’intensità prende in considerazione la raffinatezza e l’efficacia del potere, il rapporto tra forza e consenso, il grado di pluralismo, il ricorso alla mobilitazione di massa. L’ideologia prende in considerazione l’atteggiamento sociale e i valori di fondo della dittatura, l’atteggiamento verso l’ordine politico-sociale esistente, il tipo di rappresentanza di classe. In base all'intensità generalmente si distingue tra Autoritarismo, Cesarismo e Totalitarismo. Nell'Autoritarismo ovvero la dittatura della repressione: il mantenimento e consolidamento del potere si basa in via prevalente o esclusiva sulla repressione, poiché, instaurandosi in società tradizionali, il regime non vive la necessità di coinvolgere le masse tramite ricorso frequente e costante alla propaganda. Lascia quindi una certa libertà e autonomia, non avvertendo l’esigenza di controllare tutti gli aspetti della società. Talvolta rappresenta il tentativo di alcune élite conservatrici di bloccare il processo di modernizzazione, talaltra il tentativo del ceto dominante di favorire la modernizzazione traghettando la società verso un nuovo ordine. In base all'ideologia si distingue tra: Franchismo (Autoritarismo reazionario), legato ai valori tradizionalisti (Forze Armate, Chiesa, Patria); esempio fu la dittatura del Generalissimo Francisco Franco in Spagna; Pretorianesimo (Autoritarismo apolitico), in genere una dittatura militare, priva di una vera e propria base ideologica; ad esempio la dittatura del Generale Augusto Pinochet in Cile, del Generale Jorge Videla in Argentina, il cui scopo fu principalmente l'anticomunismo. Un esempio attuale può essere la Birmania del Generale Than Shwe; Terzomondismo (Autoritarismo rivoluzionario), pone spesso l'accento sull'opposizione ai paesi stranieri e imperialisti, pur senza una vera ideologia codificata, se non l'orgoglio della propria cultura; è il caso di alcuni regimi islamisti, come quello dei talebani in Afghanistan (vedi Teocrazia). Il Cesarismo ovvero la dittatura del "capo" ("uomo della Provvidenza", "padre del popolo"): è la categoria in cui Max Weber e Antonio Gramsci facevano ricadere le dittature del loro tempo. Questi regimi non si basano solo su strumenti di repressione, ma anche sul consenso. Sono incentrati sulla figura di un capo carismatico e su un forte apparato statale. All’ideologia si sostituisce il carisma del capo. Caratteristica di questa dittatura è la mediazione tra interessi contrastanti. Il termine deriva dalla dittatura di Cesare nell’antica Roma. In base all'ideologia si parla di: Sultanismo (Cesarismo reazionario), il capo è l'espressione dei ceti dominanti e tradizionali o è ad essi alleato (il forte culto del capo e l'ideologia lo distinguono dal Franchismo); ad esempio il Fascismo di Benito Mussolini in Italia (basato sul culto dell'Impero, sull'alleanza Chiesa-Stato - dopo i Patti Lateranensi - , sulla supremazia del Popolo Italiano), la Persia (Iran) degli Scià, la Corea del Nord di Kim Il Sung; Peronismo (Cesarismo apolitico, definizione talora considerata ambigua), in esso il capo vuole rappresentare l'intero popolo, identificandosi in esso e nei suoi valori "migliori" e non un'ideologia che spesso divide; ad esempio il Peronismo classico in Argentina o il regime di Saddam Hussein in Iraq; Bonapartismo (Cesarismo rivoluzionario), il capo è il garante della rivoluzione, colui che protegge il nuovo ordine, soprattutto per conto della classe sociale che l'ha portato al potere, sovvertendo il vecchio ordine, in genere un altro regime autoritario o sultanistico, come una monarchia assoluta, ma dominato da altri interessi; esempi furono gli Imperi di Napoleone I e Napoleone III in Francia, il Castrismo a Cuba. Il Totalitarismo ovvero la dittatura del controllo totale: è il tipo più moderno di regime dittatoriale. Oltre alla repressione, all'ideologia e al capo si aggiunge la presenza del regime in ogni ambito. Il concetto è sviluppato nelle Origini del Totalitarismo di Hannah Arendt. Ritiene l'autrice che il totalitarismo necessiti di tre fattori per potersi sviluppare: una società industriale di massa, la persistenza di un’arena mondiale divisa e lo sviluppo della tecnologia moderna. Secondo la Arendt gli elementi distintivi del totalitarismo sono l’ideologia e l’uso del terrore, e la massima espressione del medesimo il lager (Germania nazista) e il gulag (Unione Sovietica), dove avviene la cancellazione dell’individualità tramite un dominio assoluto sulle persone. Esempi furono lo Stalinismo in U.R.S.S. e il Nazionalsocialismo di Adolf Hitler in Germania. Un esempio attuale è la Corea del Nord di Kim Jong-un. Mussolini e Giovanni Gentile, uno degli ideologi del Fascismo, ritenevano il loro regime un totalitarismo (considerandolo ovviamente in un'accezione positiva). Note ^ definizione di dittatura sul Dizionario della Lingua Italiana Sabatini-Coletti. ^ definizione di dittatura sul Grande Dizionario Italiano di Aldo Gabrielli. Voci correlate Assolutismo politico Autoritarismo Colpo di Stato Governo Monopartitismo Polizia segreta Teocrazia Tirannia Totalitarismo Altri progetti Collabora a Wikisource Wikisource contiene una pagina dedicata riguardanti la dittatura e i regimi dittatoriali Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni sulla dittatura Collabora a Wikizionario Wikizionario contiene il lemma di dizionario «dittatura» Collabora a Commons Commons contiene immagini o altri file sulla dittatura Collegamenti esterni Dittatura in Tesauro del Nuovo Soggettario, BNCF, marzo 2013. Antonio A. Martino, Osservazioni sulla definizione di "dittatura" in Il Politico, XLIII, nº 2, 1978. URL consultato il 25 marzo 2012. [mostra] V · D · M Forme di stato e di governo politica Portale Politica: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di politica

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